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Arcobaleno di carne che ridi,
il centro dove risucchiato affondo
bevendo i tuoi colori
le tue acque senza rive,
intrisi d'amore folle i vestiti
svolazzano tra le pareti.
Da un'eterna notte di riti, ritmi
i movimenti sorgono, le lotte
dei gridi, gli intrecci delle membra
specchiantisi in vertigini.
I dorsi rigogliosi e gli ansimi,
i morsi, sbranate cupole d'aria
e saliva, in lampi soffitti
su visi o fiori s'incurvano
che nell'inerme palpitare
spuntano, s'aprono, piano
implodono con la loro brace, -
silenzio buio d'odori, -
fino al profondo degli abbracci, al dono
di un'indivisa pace.
Finiscono le favole.
Quando la grotta molle
si spalanca di luce come un mare,
tutto diventa quel che sembra...
E le finestre sono
porte per le nuvole.